L'efestino demiurgo

L’esigenza di dar forma alle idee è l’ineludibile premessa da cui muove ogni compiuto fare artistico.
Processo lungo e gestativo, quello intercorrente fra la scaturigine ideativa e la successiva messa in opera, e che prevede tutto un incedere per gradi, ove l’aspetto fabbrile e manipolativo mai prescinde da quei “lumi” cognitivi tipici di una progettualità forte e consapevole.
Proprio su un accidentato percorso di tal genere, fra il magma indefinito del pensiero estetico e la sua attuazione effettiva e ben riuscita, si muove l’incessante e polimorfa ricerca di Pietro Emanuele, il quale – non a caso – trova nel retroterra metodologico degli studi di architettura il suo humus peculiare ed assai fertile.

Ciò spiega chiaramente la rigorosa scansione del determinismo che presiede al rapporto fra progetto e messa in atto, ravvisabile nei diversi – e solo in apparenza inconciliabili – ambiti operativi nei quali egli ama muoversi, tuttavia sempre riuscendo ad evitare le ovvie insidie d’un eccessivo “autocontrollo”. Ecco allora la prassi figulina – tutta incentrata sul mito odisseico del viaggio per mare – sposarsi a perfezione – nei temi e negli assetti narrativi – con la policroma vivacità che anima l’esercizio dei pastelli ed affiancarsi, al contempo, alla prioritaria produzione metallurgica, nella cui esuberanza scultorea trova – forse – la sua espressione più compiuta il fondante nesso fra la mano esecutrice e l’intelletto che programma. In tutti e tre i casi, la febbrile gestualità giammai infatti esula da una guida misurata, la cui centralità consente di sfuggire alla rassicurante convenzione della trance impellente e dionisiaca. Un dato – questo della “regia” accorta ed avveduta – già assai bene percepibile nell’impianto complessivo dei dipinti a pastello, ove la tendenza a liberare totalmente il lessico verso fughe astrattiste conclamate deve sempre fare i conti con una urgenza di euritmia compositiva che perimetra gli slanci entro i “limina” d’una figurazione molto sintetica ma comunque intellegibile.

Non a caso, la tensione narrativa, che pure si ammanta d’un colorismo di estrema brillantezza (nel quale il tono emozionale vibra di rossi, di gialli ed arancioni con frequenza ricorrente), giammai però deborda in compulsioni estroflessive di violenza incontrollata. Il “mood” affettivo del colore, infatti, benché riconducibile alle esperienze avanguardistiche di primo ‘900 (con un occhio assai attento alle ricerche fauve ed espressioniste), rimane tuttavia ampiamente incardinato in una scelta linguistica improntata ad un grafismo nitido e preciso, del tutto imprescindibile dalla figuratività. La dimensione trasognata – per lo più riconducibile all’onirismo favolistico di ascendenza chagalliana e in qualche caso all’angoscioso e allucinato esempio munchiano – trova così la sua congrua attuazione in una stesura in cui gli squilli di colore si compongono in una trama assai concreta di segni dalla forte geometria, dipanando le tematiche prescelte (e predilette) – il rapporto, anche conflittuale, fra i due sessi, il mare con le barche ed i suoi pesci, i cavalli – in narrazioni talora affastellate (in ossequio a quello “horror vacui” che è proprio dell’estetica isolana) e tal altra rarefatte e più pausate, trascritte – in un caso e nell’altro – con grafemi dalla forte valenza illustrativa.

Un carattere – questo della costruzione visuale impregnata di vis declamativa – che si riscontra pienamente anche nella singolare attività di metallurgo, in cui Emanuele dà la stura alla spiccata inclinazione fabbrile mai disgiunta da una esuberante e volitiva demiurgia. Demiurgia palesemente “efestina” – come del resto attesta la scelta dei metalli – e in quanto tale capace quindi di contemperare lo slancio ideativo e la pulsione manuale, garantendo quella crasi peculiare che consente – lo si è detto – di dar forma completa al flusso delle idee.
Ed è proprio in questo ambito “vulcanico”, che la tendenza innata (ma ampiamente rinforzata dalle esperienze culturali) alla pianificazione pare trovare il suo sbocco più concreto ed apprezzabile, dando luogo ad una serie di pannelli parietali, il cui frequente aggetto ne fa ibridi oscillanti fra sculture e ardite costruzioni. Realizzate assemblando lamine di rame, alpaca e ottone, dalle quali scaturiscono – a mo’ di florilegio – materiali d’ogni genere (dai frammenti vitrei a sinuosi filamenti di metallo), queste opere di Pietro Emanuele narrano per tanto (e con dovizia di particolari) della esigenza irrefrenabile di dar corpo a un articolato immaginario costruttivo, attraverso il quale conferire “ordine” e “cifra estetica” al mondo circostante. Infatti, se disposte su piani orizzontali (non più appoggiate in verticale su pareti), tali sculture, in virtù della estroflessa polimatericità che le caratterizza, si trasformano d’incanto in fantasiose (e quasi allucinate) architetture, nelle quali configurare un’inventiva che giammai può rinunciare a una idea fondante di armonia. Se l’opera grafica racconta, con nitore e politezza, d’una inesausta attività speculativa (intrisa di vagheggiamenti lirici però sempre incardinati in un pensiero assai deciso), la plastica va decisamente oltre, strutturando – nell’accezione autentica del termine – l’inestricabile cinetica affettivo-cognitiva mediante un gesto forte e di estrema intensità.

L’idea, dunque, superata la fase di progetto, diviene “cosa” tangibile; e tutto ciò senza punto rinnegare, pur nella volumetria esibita, quella componente grafico-pittorica che rimane pregnante nell’agire artistico di questo nostro autore. Anzi, proprio laddove la ricerca “architettonica” e lo sviluppo nello spazio lasciano luogo ad impianti più misurati e dallo slancio contenuto, in tutti quei manufatti in cui l’effetto visuale è perseguito ed ottenuto con il semplice ricorso al gioco di cromie delle lamine accostate, si assiste a una compiuta ibridazione di carattere formale nella quale il disegno, la pittura e la scultura si integrano a vicenda, giungendo a elaborare riuscite narrazioni di gran fluidità.

Sfrondata d’ogni ridondanza verbosa e un po’ prolissa, l’affabulazione visiva di Pietro Emanuele trova così la sua misura ed euritmia, per imboccare quel definitivo percorso di sperimentazione destinato ad esiti ancor più validi e fruttuosi.
Un incedere marcatamente rigoroso, che fa “del levare” – e quindi della rarefazione cartesiana in grado di travalicare il già citato “horror vacui” di barocca ed insulare memoria – il suo più giusto strumento lessicale e che contestualizza l’operato del nostro artista in un ambito di definita cifra stilistica, ormai rivelatrice di quella raggiunta maturazione estetica capace – senza più pleonasmi – di esprimere le idee guida con pochi grafemi gestuali di assoluta ed incisiva levità.

Salvo Ferlito [28/5/2005]

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