Soltanto pastelli e metalli

Movimento medianico quello di Pietro Emanuele tra l’implicito magmatico e le basiliche del calcolo, della logica, del razionale. Di quest’opera, che colpisce la vista e l’odorato e il tatto, è difficile predicarne se non che nei termini di percorsi dialettici elementari e fondanti.

Tra l’adescamento incessante del sommerso e l’allettamento proveniente dalla gioia apollinea del noto-pro-gettato-nominato-connotato l’artista reitera lo scomodo anancasmo a permanenere in una posizione anfibia, tra acqua, aria, terra e fuoco; fra il mondo nascosto, latitante alla ragione e quello dis-velato sceglie di vivere “a pelo d’acqua”: tritone, sirena, pesce, chiglia di nave punica, polena, ippocampo, cariatide e telamone, sfinge, chimera, la scelta è di essere con le sue cose, ad esse con-naturato e che le cose siano con lui. Niente è prima, niente è dopo: tutto procede dalla relazione; non c’è tempo, né spazio prima della relazione, che trova fondamento nella conoscenza: conoscenza di una mancanza all’essere, conoscenza di potere soltanto esistere ed esistere soltanto nella relazione. E’ quello che l’occhio vede e scotomizza, è quello che la mano accarezza e distrugge, è quello che l’odorato anela e disprezza, è l’occhio perché ha visto, la mano perché ha toccato. E’ quello che già racchiude in sé il percorso di andata e ritorno rispetto all’altro da sé e pertanto il superamento di sé e dell’altro in un dato nuovo. E il dato dialettico, nato cioè dentro ad un discorso, in P. Emanuele diventa quindi dato ontologico oltre che epistemologico, pertiene cioè non soltanto ad un discorso sulla conoscenza, ma alla stessa conoscenza impossibile dell’essere e del non essere.

La conoscenza fonda l’esistere e quest’ultimo è incontrato laddove è ancora fondamentale elementarità magmatica e mantiene nell’artista (a questo punto della sua produzione, a questo punto della sua vita, a questo punto della sua storia, a questo punto della narrazione…) tutto il polimorfismo e la totipotenza della materia intatta, inviolata, tutto il mostruoso dell’ignoto che poco a poco si dis-vela, che con dolore si individua con-creandosi con lo spazio e con il tempo e con l’artista stesso che nasce proprio lì in questo punto medianico tra il non essere e l’essere.

Il ri-velato epistemico e ontico qui apre a quello psichico. La posizione epistemologica, già fondativa della dimensione ontologica, prende fra i suoi oggetti lo stesso soggetto epistemico, lo stesso artista. E l’artista, per slabbrare all’infinito l’essere possibile, la materia, tutto l’implicito del proprio esistere, continua, non soltanto in quella spola diuturna tra la con-fusione originaria e l’individuazione necessariamente dialettica e reciproca delle forme, ma moltiplica vertiginosamente le unità spazio-temporali sulla carta e sulle lamine spaccando ogni individuazione nel suo doppio implicito, ancora, ancora e ancora… alludendo ad un processo infinito disperante quanto affascinante.

Ogni piccolo punto di colore sulla carta, ogni onda, o abrash che sempre s’aggiunge ad un’altra senza mai nasconderla completamente, ogni cristallo, ogni pietra, ogni lacrima di trasparenza d’oro, la curvatura d’una nota d’ottone che, gemella, ne affianca un’altra, lo schiocco d’una frusta metallica che suona nell’aria il suo esserci soltanto per mostrarci la sua ombra su una qualsiasi porzione di muro qualsiasi, individuata dai bagliori tracotanti di una certa cornice di rame; tutto resta visibilmente mostruoso; mostrato sul piano di quel lavoro medianico e dialogico compiuto dall’artista fra l’essere e il non essere, fra le cose e il loro doppio, fra le cose e il loro nient’altro, fra le cose e l’artista, fra l’artista e tutti i sui impliciti ricordi, fra le tracce mestiche implicite e gli accadimenti che le hanno generate, fra l’esperienze vissute e quelle che dei suoi avi gli profumano indelebilmente il sangue. Tutto resta li su quel piano di lavoro a gridare dolore e gioia, isomorfismo e difformità, nitore e sporcizia.

Qui pare si innesti la consapevolezza dell’esistere per l’artista e per l’uomo P. Emanuele che ci si mostra demiurgo del suo stesso percorso di fondazione appunto come artista e forse ancor più come uomo ri-scoprendo tutto il proprio implicito, tutto il suo essere doppio, tutto il suo essere tutto: uomo-donna, martire impudico-verecondo straziatore di corpi, non ha vergogna né cultura a farsi oggetto di riti antropofaghi, sfoggia poi trionfi barocchi che alludono si al misterico, ma con tutta la consapevole maestria e sapienza dissimulatrice dei più antichi alchimisti che piegano e mutano struttura alla materia.

La materia adesso dunque, non soltanto come sconosciuto indistinto da dis-velare, far ex-istere, ma come implicito psichico, inconscio gravido di paure, di viluppi embrionali, ma anche di memorie genetiche e cellulari, di illuminanti cifre ermeneutiche e di promesse. L’inconscio dell’artista, per paura e coraggio, per poter essere guardato, trattato e narrato, ri-diventa inconscio collettivo e riscopre archetipi e miti e strutture universali, oggi, colte, convenzionali ed ermetiche al contempo, di difficile, orrorifica penetrazione e di germinative chiavi noetiche.

Di tutto questo narrano i pastelli a tutto questo alludono i metalli scarnificandolo fino ai puri rapporti spazio-temporali tra unità narrative.
E la luce. La luce cesura, la luce soluzione di continuità, la luce come unico possibile spazio di narrazione.
Nei pastelli la luce si insinua fino a dove la materia le lascia adito, da qui in poi il tratto, denso di precaria e dolorosa permanenza delle cere sui fogli, si ritiene compiuto e allora è la luce che continua a moltiplicarlo nella sua ombra; il tratto assume spessore e profondità materica e la luce pregnanze e funzioni architettoniche.
La luce in con-sistenza con i metalli è già dei metalli e i metalli fanno la qualità della luce ancor prima dell’artista, in necessaria unità strutturale e somatica, in fondamentale naturale connivenza. L’artista qui esalta e consuma il rapporto sostanziale in architetture di luce: luna e sole. La tridimensionalità delle sculture ci porge in aggettante primo piano la luce che attraversando lo spessore, gli anditi, gli anfratti, i vuoti talvolta imprevedibili si svolge e racconta poi tutta sulle linee di un unico riassuntivo piano di narrazione.
La luce dunque ai pastelli regala il valore aggiunto di spessori architettonici: storicizzando e narrando nella dovuta complessità di piani multipli e spazi complessi, violenta fogli e colori in ossequio ad una narrazione esplicita di tutte le mito-gonie del mondo.
La luce in con-sistenza coi metalli lascia in memoria soltanto gli attraversamenti compiuti per i paesaggi erti, scolpiti, annodati e riannodati, risolti e mollemente deposti delle fulgenti prospettive d’oro e d’argento delle materie forgiate, risolvendosi nello stilema pittorico di una bidimensionalità onnivora e abbacinante, rutilante di coinvolgente narrazione implicita.
Ancora è la luce che rende chi guarda contemporaneo all’opera, a partire da inedite trame relazionali di contaminazioni e cambiamenti di cui la luce stessa è medium, veicolo avvolgendo, accarezzando, invadendo e violando le unità somato-psichiche, oniriche e reali che in essa vivono e trovano spazio di rappresentanza, più fondamentalmente che di rappresentazione.
La luce, forse, come preghiera dell’artista d’avere guida e ancora addentrandosi nel profondo implicito del mondo e d’avere coraggio e indifferenza barbara nell’attraversare le ragioni del numero, le cifre della cultura, le basiliche degli architetti e degli dei.

Antonella Di Leonardo [1/12/2005]

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